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Referendum Giustizia, da Napoli e dalla Campania può arrivare un segnale chiaro al governo Meloni
di Massimo Villone da la Repubblica Napoli del 9/3/2026
Il ministro Nordio crede di lanciare segnali di pace, dicendo che oggi stringerebbe la mano al procuratore Policastro «perché il buono perdona, il saggio dimentica». In realtà non è così. L’incidente non si riduceva a fatto personale tra i due. Il punto focale era nel riconoscimento che un ministro della Repubblica dava a Gelli e al suo Piano di rinascita, dimenticando che lo Stato italiano ha certificato la natura eversiva della P2, sciogliendola con legge. La formula giusta sarebbe stata “chiede scusa”, e non al procuratore, e non per le “sagge indicazioni” di Mattarella sull’abbassare i toni. Piuttosto avrebbe dovuto e dovrebbe scusarsi con noi cittadini della Repubblica che lo ha fatto ministro. L’aggressione verbale governativa continua, come conferma nelle ultime ore la vicenda della casa nel bosco. La premier Meloni alimenta la rissa. Ha dichiarato sui social che la magistratura ha «dimenticato i suoi limiti» quando ha separato i figli dalla madre. Certo, per il provvedimento è giusta e opportuna una approfondita verifica degli interessi in conflitto. Ma tale non è l’esternazione del vertice del governo in carica, secondo cui i figli sono dei genitori e non dello Stato. Una ovvietà che lascia aperta la domanda se sia giusto, opportuno e soprattutto conforme alle nostre leggi che una madre accompagni i figli a diventare adulti in uno stato di natura che non esiste, né qui né altrove. Era meglio tacere. Ma accade ormai con regolarità che da Palazzo Chigi partano attacchi contro quelle decisioni – tra decine di migliaia adottate ogni anno - a qualunque titolo assunte da qualsiasi magistrato che non sono coerenti con gli orientamenti del governo. Che si tratti di migranti, di manifestanti, di ponte sullo Stretto, di Garlasco o di famiglia nel bosco, di giustizia civile, penale o contabile non fa differenza. Il requisito è che diventi un’occasione per esponenti della maggioranza e del governo di fare passerella sui media che si prestano (per fortuna, non tutti) contro l’invadenza della magistratura. Poi magari accade che la passerella si rivolti in danno, come è accaduto per Rogoredo e l’uccisione del pusher da parte del poliziotto che ha tradito la divisa. È ovviamente una strategia dettata dalla campagna referendaria che non va secondo le aspettative. Gli ultimi sondaggi resi noti certificano un testa a testa, alcuni addirittura un sorpasso e un vantaggio del No sul Sì, che pure inizialmente prevaleva per decine di punti. Questo ha fatto saltare i nervi a Palazzo Chigi e dintorni, e la maggioranza barcolla come un pugile sorpreso da un pugno quasi da Ko. Certo, il governo resterà al suo posto in caso di sconfitta. Anzi, una vittoria del No allontanerà, piuttosto che avvicinare, un eventuale scioglimento anticipato, per l’ovvia ragione che certificherà una stagione non favorevole per l’esecutivo in carica, da superare allontanando per quanto possibile le urne. Il governo e la maggioranza dichiarano di voler mantenere il confronto sul merito, ma in realtà colgono ogni occasione per politicizzare il voto referendario. È questa la sfida che bisogna avere il coraggio di accettare. Meloni ha cercato nel voto del 22 e 23 marzo una validazione plebiscitaria delle riforme e delle politiche del suo governo. A tutto questo bisogna dire No, capendo che non votiamo solo sull’organizzazione burocratica della magistratura. Votiamo anche sulla difesa della Costituzione e dei magistrati che ad essa e alle leggi si richiamano, come quelli di Milano che hanno commissariato imprese per lo sfruttamento dei riders. Ma il nostro voto avrà un peso anche sulla legge elettorale e sul premierato, sull’autonomia differenziata, e al tempo stesso sulla mancanza di efficaci politiche per la coesione territoriale, per lo spopolamento delle aree interne, per l’emigrazione di giovani qualificati, per l’industria manifatturiera, per la caduta di settori un tempo trainanti come l’automotive, per i ritardi nell’attuazione del Pnrr. Qui vediamo un’occasione di protagonismo per Napoli e la Campania. Il presidente Fico ha avuto coraggio abbandonando per l’acqua la strategia di privatizzazione del precedente esecutivo regionale. Votando No lo sollecitiamo ad avere coraggio e a prendere l’iniziativa su tutto il resto, e diamo un chiaro segnale a Palazzo Chigi. Probabilmente non avremo prima del voto 2027 altre occasioni di alzare direttamente la voce come popolo sovrano. Che sia dunque un segnale chiaro e forte.
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