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La Campania di Fico e la democrazia diretta
di Massimo Villone da la Repubblica Napoli del 11/9/2025
La Campania ha Roberto Fico, candidato del campo largo. De Luca Sr. dissente e sgomita, ma – come scrive Ottavio Ragone - era prevedibile che non si facesse silenziosamente da parte. Non sono mancate polemiche anche aspre sull’accordo/scambio tra la candidatura di Fico e la segreteria regionale Pd a De Luca Jr., cui spetterà ora, come segretario, contenere le intemperanze di De Luca Sr. e assicurarne la compatibilità coalizionale. Un battesimo del fuoco. Nella prima uscita del candidato Fico cogliamo due parole: rinnovamento e partecipazione. La tormentata vicenda dei candidati presidenti ha messo in evidenza la fragilità del sistema politico, data dal feudalesimo che ha contagiato più o meno largamente tutti i partiti. Nel suo ultimo libro, La sfida, De Luca ci dice che “la democrazia liberale è a fine corsa” (p. 273). Se fosse vero, dovremmo dire che per l’Italia una responsabilità primaria cade sul cacicchismo, malattia del regionalismo così come si è realizzato, e certo non una esclusività campana. Si è tradotto - tra l’altro – in una condizione semicomatosa delle assemblee elettive, che codici etici e liste pulite – pur necessari - non bastano a sanare. Né esiste una bacchetta magica che ripristini i partiti del tempo che fu. Proprio per questo, tuttavia, non è dubbio che il rinnovamento possa e debba riguardare anche la regione come istituzione. Come? Abbandonare l’elezione diretta dei presidenti, per quanto concettualmente sostenibile e condivisibile, non è prospettiva oggi realistica. L’innovazione possibile, e utile anche a dare una scossa di nuova vitalità alle assemblee elettive, viene invece dalla partecipazione popolare nelle forme della democrazia diretta. La regione Campania in principio già la prevede, con norme statutarie, di legge e regolamento. Ma abbiamo avuto un solo esperimento importante con “Rigenera”, proposta di legge di iniziativa popolare (art. 12 stat.). È giunta in Consiglio regionale con il sostegno di 13 mila firme, e questo basta a dirci che il percorso è compiutamente disciplinato. Va segnalato ora che la proposta non muore con la fine della legislatura, ma passa al Consiglio di nuova elezione. Quindi il primo obiettivo è che riprenda il cammino. Inoltre, l’esperienza ha chiarito quello che gli addetti ai lavori sanno bene. Il rischio per una proposta di legge di iniziativa popolare, anche con le garanzie oggi già previste, è che una maggioranza ignava, riluttante o avversa la seppellisca nel silenzio di un percorso in commissione. Era la probabile sorte di “Rigenera”. Quindi è opportuna – in chiave di rinnovamento – una limatura del regolamento consiliare che garantisca l’arrivo in aula per un confronto visibile e una piena assunzione di responsabilità delle forze consiliari. Ad esempio, prevedendo che una minoranza qualificata possa richiedere l’immediato inserimento nel calendario della proposta nel testo originario, o che una proposta sorretta da un numero di firme particolarmente alto possa avere un percorso a tal fine dedicato. Disponibile è anche il referendum abrogativo su leggi, regolamenti o provvedimenti amministrativi di interesse generale della regione (art. 13 stat.), Parimenti disponibile è il referendum consultivo (art. 14 stat.) su questioni di particolare interesse, sia generale che locale. La legge regionale 25/1975 e succ. mod. disciplina compiutamente il procedimento per entrambi. In specie, il primo può essere chiesto da 50 mila elettori, due consigli provinciali, o uno o più consigli comunali che rappresentino almeno 50 mila elettori. Il secondo da un quinto dei consiglieri, dalla giunta a maggioranza assoluta dei componenti, o da 10 mila elettori. La richiesta referendaria incontra limiti di ammissibilità, vagliati dalla Consulta di garanzia statutaria (l.reg. 25/2018, e regolamento interno del 2020). Si aggiunge il referendum approvativo (art. 15 stat.). A regime, è potenzialmente lo strumento di maggiore impatto. Ne parlerò in una prossima puntata. L’obiettivo è delineare un progetto che entri negli accordi di coalizione e tolga le parole rinnovamento e partecipazione dalla propaganda elettorale usa e getta. Sempre ricordando che il cacicchismo non si azzera con gli accordi di vertice, che inevitabilmente riflettono – in più o meno ampia misura – il feudalesimo dei partiti stipulanti. Dedico questa mia riflessione a Michele Scudiero, insigne costituzionalista e studioso del regionalismo, caro amico e collega con cui ho condiviso un cammino iniziato cinquantotto anni fa.
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